Il vecchio logo di blob, il televisore con la nebbia e la gente che scappa, a sinistra la scritta invasione delle fake news

Le FakeNews sono sempre esistite, X-Files docet. Fox Mulder quando non aveva un caso da seguire, passava in edicola e acquistava uno di quegli strani giornalini. Prima le chiamavano "leggende metropolitane", coccodrilli nelle fogne, serpenti e topi che escono dal WC, le prime risalgono al 1930. Poi, non ci crederete, sono nati i giornalini che parlavano di persone scomparse e altri tipi di real giallo e altri misteri. Oggi ci sono addirittura trasmissioni quotidiane, le storie non sono sempre vere ma che importa, quando se ne accorgono lo dicono. I processi in diretta non si fanno più, ma i vari forum spopolano, che importa se sono quasi sempre attori, d'altronde mica sono tutti videogenici. Ebbene questi prodotti si basano e funzionano grazie alla scoptofilia che c'è in chi guarda e all'esibizionismo di chi esegue. Poi è arrivato internet. Oggi ognuno di noi può essere indiano o cowboy, sadico o masochista, vittima o carnefice.

L’ambiente disintermediato (troppo libero per noi esseri umani ancora decisamente ignoranti e arroganti) e disinibente di Internet, con il burst delle echo chamber e del confirmation bias dei social, della scoptofilia e l'esibizionismo che li alimenta e delle varie bolle di filtraggio mediatico (come quella di google) che ci limitano le informazioni, hanno tolto il tappo al vaso di pandora. È quindi la gara a chi interpreta meglio la pancia comune, gli istinti primordiali, quelli del cervelletto, e quindi a chi accumula più like e condivisioni, tutto a favore solo del clickbait. Fenomeno spesso fine a se stesso e/o per chi è preda all’illusione di ponzo alla grande fratello (spesso giovani a cui, da un lato la politica ha tolto la speranza e dall’altro, i genitori non hanno insegnato abbastanza che si deve lavorare per vivere) e/o che arricchisce solo i più spregiudicati, che spesso sono, alla fine, gli stessi grandi social. I quali ogni giorno dichiarano battaglia alle fake news e al clickbait ma poi regolarmente nulla cambia. Eppure, questa "arte", qualcuno la interpreta ancora come giornalismo. 

Allora leggiamo sui social lo ha detto “repubblica”, lo ha detto “il giornale”, lo ha detto “il corriere della sera”, lo ha detto “libero”, lo ha detto “il fatto quotidiano”, bla bla bla. Almeno quando c’era la carta qualcuno lo aveva scritto e detto veramente, c’era un nome dietro ad ogni articolo, una firma. Ora nell’era dell’informazione digitale, dietro alla maggior parte degli articoli che pescate online c’è raramente un giornalista. Tempo fa qualcuno mi chiedeva “come mai dei giornalisti tengono corsi di comunicazione online e gestione dei social?”, perché molti, ormai, non sono più giornalisti e giammai esperti di comunicazione, piuttosto sono tecnici esperti in clickbait. Raramente, se c’è un giornalista che scrive, c’è comunque dopo di lui un povero stagista (i nuovi titolisti), messo lì per fare aumentare i click, traviando le notizie, pompando o inventando. E poi ci sono i blogger, alcuni sono fuffa, alcuni si credono giornalisti, pochi fanno un bel lavoro. Presenti esclusi ovviamente.

La realtà rimane assai complicata, le competenze scarseggiano quindi e nascono mostri. È il trionfo del cretino cognitivo, specialmente nella politica, d’altronde non esiste più la destra e la sinistra e gli addetti alla comunicazione, poverini, devono surfare su questo universo di liquami maleodoranti. Parlare di fake news tagliando fuori tutto questo è come parlare di matematica omettendo i numeri.

Mi dispiace per la vicenda che ha dovuto subire Laura Boldrini, lo ammetto, è la prima volta. Per chi non sapesse di cosa parliamo, sul web gira una fake news che mette all'indice la sorella, accusata di gestire “340 cooperative che si occupano di assistenza agli immigrati” e di cui “nessuno ne parla” ovviamente. Il motivo è chiaro, la sorella di Laura Boldrini è morta tempo fa di malattia, faceva la restauratrice e la foto utilizzata non è neanche la sua ma quella di Krysten Ritter, attrice nota per la serie TV “Jessica Jones”. Tuttavia abbiamo assistito recentemente alla più grande battaglia di fake news della storia. Dalle primarie, al testa a testa, all'elezione del presidente degli Stati Uniti Trump. Ci sono anche in Italia un paio di politici che basano la loro comunicazione su storytelling, fake news e col fare del cretino cognitivo. Uno è stato anche presidente del consiglio. Ormai dobbiamo ammettere, con rammarico, che quello delle fake news, è  stato ormai adottato come nuovo metodo di comunicazione. Definire quindi le fake news, semplicemente, il frutto di cattivi soggetti è alquanto superficiale, però questa convinzione errata, sta spingendo stupidamente verso un tentativo di normazione o peggio di repressione.

Allora se è vero che le fakenews abbondano è altrettanto vero che i boccaloni non mancano. Anche dalla parte degli utenti le competenze digitali scarseggiano, ma il problema, ancora una volta, è solo amplificato da internet ed è molto più grande di quello che sembra. L’Ocse ha recentemente diffuso le elaborazioni sui dati dell’ultimo rapporto Piaac. Dal lavoro dei ricercatori emerge che cresce il numero di “analfabeti funzionali” e “analfabeti strutturali” adulti. L'Italia ricopre una tra le posizioni peggiori nell'indagine Piaac, penultima in Europa per livello di competenze (preceduta solo dalla Turchia) e quartultima su scala mondiale rispetto ai 33 paesi analizzati dall'Ocse (con performance migliori solo di Cile e Indonesia). Chi è analfabeta funzionale non è incapace di leggere ma, pur essendo in grado di capire testi molto semplici, non riesce a elaborarne e utilizzarne le informazioni. Soprattutto quando sono lungi e complicati. Il 47% degli italiani ha solo una mera capacità di analisi elementare. Insomma, riesce a fare cose banalissime, ma non a capire un articolo di giornale, a riassumere un testo. L’analfabetismo strutturale, invece, ben più grave, risulta essere intorno al 33%, del quale il 5% è costituito da coloro che non riescono a distinguere il significato di una lettera dell’alfabeto dall’altra. Il 28% riesce a leggere parole semplici, ma non sempre è in grado di metterle insieme in una frase corretta. La somma degli “analfabeti strumentali” e degli “analfabeti strutturali” raggiunge la ragguardevole cifra dell’80%. Secondo Tullio De Mauro, noto linguista, “soltanto il 20% della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”.

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”, aveva affermato Umberto Eco, dopo aver ricevuto la laurea honoris causa in Comunicazione e cultura dei media a Torino, a giugno 2015.

Ma allora di che stiamo parlando?

 


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